La regina degli scacchi

La regina degli scacchi: tattica ed eleganza di Elizabeth Harmon

Chi è Elizabeth Harmon? La protagonista della mini serie esplosiva La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit) promossa da Netflix e creata da Scott Frank (regista anche della serie Godless, 2017) e Allan Scott.

La regina degli scacchi è tratta dall’omonimo e geniale romanzo del 1983 di Walter Travis tradotto in italiano dalla Minimum Fax nel 2007.

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La trama

La brava Anya Josephine Marie Taylor-Joy, la Gina Gray in Peaky Blinders (5 stagioni, 2013-) impersonifica la strepitosa e “perturbante” Elisabeth Harmon che rimane orfana a nove anni quando la madre muore in un incidente stradale su New Circle Road (Kentucky Route 4) dal quale lei si salva.

Siamo negli anni Sessanta, Elisabeth Harmon in arte Beth viene condotta in un orfanotrofio dove alle bambine vengono somministrate pillole tranquillanti. Beth avrà di fronte a sé un futuro travagliato. Un giorno mentre svolge diverse mansioni all’interno dell’orfanotrofio del Kentucky, nel seminterrato incontra il custode, il signor Shaibel (Bill Camp) mentre gioca a scacchi.

Da questo momento in poi l’arte degli scacchi consegnerà a Beth un nuovo mondo, dove tattiche e strategie, mosse finali diventano veglia e incubi, così come lo sono l’effetto delle pasticche consegnate dagli infermieri dell’orfanotrofio, “le pillole verdi regolano l’umore e quelle verdi irrobustiscono”. Le pillole diventeranno “vitali” per le “partite mentali” della giovane promessa “fenomenale” degli scacchi.

Dopo qualche anno, Beth adolescente, viene adottata dai signori Wheatley. Beth e gli scacchi diventano una mossa sola, e riesce con grande eleganza e impenetrabilità a fare “scacco matto” (persino morale) ai migliori giocatori in classifica della zona prima e nel mondo poi, arrivando a sfidare il maestro russo Borgov.

La regina degli scacchi – La recensione

Non è la storia in sé a rendere La regina degli scacchi “geniale”, ma è la performance autentica di Anya Josephine Marie Taylor-Joy. La Beth che ci tiene per mano, ci guarda, ci osserva, ci fissa, nelle sette puntante, è una Beth che cambia, cresce, si evolve, vince, soffre, ricorda e sogna. Man mano che cresce Beth accetta la sfida, non solo della vita, ma anche quella della scacchiera, 64 caselle, dove esiste un intero mondo, otto righe e otto colonne di quadrati (case) sistemati in modo tale che i colori si alternino.

“Fu la scacchiera a colpirmi. Esiste tutto un mondo in quelle 64 case. Mi sento sicura lì, posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile. So che se mi faccio male è solo colpa mia”.

La metà destra è solitamente detta ala di Re (dalla posizione del Re bianco), mentre la metà sinistra ala di Donna; riferendosi ai punti cardinali, la parte destra è denominata Est e quella a sinistra Ovest. Le quattro caselle centrali della scacchiera (nella notazione algebrica d4, e4, d5, e5) vengono dette centro. I pezzi degli scacchi sono quindi disposti allo stesso modo ogni volta. La seconda riga (o rango) è occupata dai pedoni. Le Torri vanno negli angoli, poi i Cavalli accanto a loro, seguiti dagli Alfieri, e infine la Donna che è sempre su una casella del proprio colore di corrispondenza (Donna bianca su bianco, Donna nera su nero), e infine il Re accanto alla Donna.

Si ha scacco matto quando il re si trova sotto la minaccia diretta dei pezzi avversari e non ha possibilità di sottrarsi a essa, quindi sarebbe sicuramente catturato alla mossa successiva se non si trattasse del re. Lo scacco matto determina la conclusione della partita con la sconfitta del giocatore che lo subisce. Lo “scacco” invece è l’attacco che un pezzo avversario porta al re e da cui il re può essere protetto. L’arte degli scacchi che ci insegna Beth, tra euforia, disagio, competizione, è un meraviglioso finale di partita (beckettiano), un alfabeto dove i pensieri si plasmano ed esprimono la bellezza astrattamente. Ce lo insegnano nella loro arte Hans Richter, Marcel Duchamp e Jean Cocteau, così come i campioni del mondo come il cubano José Raúl Capablanca (1921-1927), il francese Aleksandr Alechin (1937-1946), il russo Michail Botvinnik (1948-1957, 1958-1960, 1961-1963), l’americano Robert J. Fischer (1972-1975), Garri Kasparov (1985-1993) poi battuto nel 1997 da Deep Blue, il supercomputer dell’IBM, e ancora il norvegese, il “Mozart degli scacchi” Magnus Carlsen, campione del mondo in carica dal 2013.

Torniamo a noi, a Beth, agli scacchi, alla miniserie brillante di Scott Frank, tutto gira intorno alla figura complessa della strabiliante ragazza, al rapporto con la madre adottiva, la signora Alma Wheatley (Marielle Heller), gli incontri preziosi, profondi, a volta bruschi coltivati con l’ex sfidante Harry Beltik (Harry Melling) battuto al primo torneo di scacchi della contea del Kentucky dove Beth partecipa, così come con il co-campione americano Benny Watts (Thomas Brodie-Sangster) con cui condivide insieme il primato di campione di scacchi negli Stati Uniti. Tutti i personaggi si arroccano intorno alla figura di Beth, i suoi occhi sono raggi X verso chi guarda, lo spettatore è nudo, sempre in pressione psicologica, come se stesse lui a giocare e sfidare la prodigiosa Elisabeth.

Lei attacca, scompone i pezzi, affronta l’avversario, è un mulinello, una batteria che scoperchia qualsiasi mossa pensata con un attacco vincente. La rabbia di Beth, il suo dolore, ammalia il pubblico in una regia straordinaria dove sono sempre gli occhi, lo sguardo di Elisabeth a conquistare la scena, i primi e primissimi piani conducono lo spettatore fuori lo schermo, costretto a cercare la prossima mossa. Beth lo fa con eleganza spietata, inquietante, è il suo “perturbare” a turbare il nostro stato d’animo. Un colpo di genio, uno scacco matto che ci porta ad arretrare fino ad accettare la sconfitta. La vita di Elisabeth Harmon è un’infinità partita a scacchi. Messa sempre a dura prova, stavolta “Mozzarella”, il soprannome dato dalla sua amica di orfanotrofio Jolen, interpretata da Moses Ingram, ce l’ha fatta, conquistando il mondo e sfidando i grandi maestri degli scacchi con le sue aperture, dalla difesa siciliana al gambetto di donna (d4 d5 c4), – da dove prende anche il nome sia il romanzo, che la serie fortunata – è sempre un attacco vincente.

Beth è tattica piuttosto che strategia, apre spazi, visioni, ricordi, amori (quello conquistato di Townes, ritratto da Jacob Fortune-Lloyd), silenzi, scommesse, solitudini, ebrezze e riscatti. Elisabeth è tutto questo, e tanto altro, ogni minuto della serie viene scandito dall’orologio delle partite, dalle mosse, re, alfieri, cavalli, pedoni, e regine, bianche e nere convergono sulla scacchiera con analisi spietata e stile. Varianti di partite, strategie di mediogioco e teoria dei finali. La “regina Beth” conquista la scacchiera non solo del gioco degli scacchi, ma anche quello della vita, spesso negata. Beth fa scacco matto e ci si innamora di colpo: una devozione “tragica” in un gioco acuto, piena di grazia, dove siamo tutti “prime donne” negli scacchi.

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Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.