Neil Young & Crazy Horse – Psychedelic pill

Sembra un paradosso, ma in un’epoca di “rottamatori” veri o presunti, ci sono parecchi “vecchietti” a contendersi un posticino in quegli oziosissimi esercizi di fine stagione che sono le top ten dei migliori dischi dell’anno. Tra questi, due dei grandi della canzone, americana e non, Bob Dylan e Neil Young. Il primo c’ha stupito, un paio di mesi fa, con quella che per poco non era una Tempest perfetta, il secondo torna ora a ruggire con quest’altra meravigliosa prova di muscoli, cuore e cervello che è Psychedelic pill.

Anche per Young, vale lo stesso discorso fatto per Dylan: non possiamo parlare di “ritorno”, perché Neil non s’è n’è mai veramente andato. Prendiamo, ad esempio, Le noise, l’ultimo album d’inediti: causa la sua non-musicalità, ai più è rimasto indigesto, ma era comunque un gran disco, una bella dimostrazione di vitalità intellettuale, prima ancora che di tecnica compositivo-esecutiva. Psychedelic pill è profondamente diverso dal suo predecessore, almeno nel telaio: l’intenzione, come conferma il titolo, non era stavolta quella di profondersi in un tentativo di decostruzione sonora, quanto piuttosto di recuperare il formato della jam tra rock, country e blues, il marchio di fabbrica del canadese negli anni ’70. Perciò, riarruolati i Crazy Horse (invero già presenti nell’LP di cover Americana, pubblicato sempre quest’anno), Neil ha scodellato otto pezzi (nove, se consideriamo il bonus, un alternate mix della title-track), per un totale di ben 87 minuti di durata complessiva. Una “pillola” nient’affatto indorata, insomma: Driftin’ back accoglie l’ascoltatore con i suoi 27 primi a base di armonie vocali ed intrecci acustico-elettrici. E, neanche a dirlo, è un piacere andare «alla deriva» nel mare dei ricordi del songwriter. Altrettanto maestose, Ramada Inn e Walk like a giant (16 minuti a testa) suonano scontrose, visionarie e malinconiche come solo lo Young migliore: il suo chitarrismo disarticolato e nevrotico la fa da padrone, mentre Billy Talbot, Ralph Molina e Frank Sampedro ci mettono classe e mestiere. Certo, un pizzico di ruggine c’è, e persino qualche eccesso (le manipolazioni elettroniche di Psychedelic pill sembrano pericolosamente kitsch), ma la meraviglia di She’s always dancing cancella (quasi) ogni peccato.

Dimenticavamo, ad inizio recensione, di citare Leonard Cohen tra le grandi rentreé di questo 2012. Ecco, come per il connazionale, anche le “old ideas” di Young suonano molto più fresche di quelle di tanti giovani virgulti “indie” in circolazione. Con buona pace dei “rottamatori”.