Marco Loprete, 04 luglio 2012 | Classici

Ingmar Bergman - Persona

La luce di un proiettore, un agnello, le mani di un bambino inchiodate ad una croce: comincia così Persona (1966), uno dei più sconvolgenti e complessi viaggi cinematografici del ‘900.

 

Nel corso del suo itinerario artistico, Ingmar Bergman ha saputo come pochi raccontare la crisi dell’uomo contemporaneo, scisso tra essere ed apparire e tormentato da una solitudine psicologica che è fondamento di quell’angoscia metafisica che l’accompagna come un’ombra inquietante. Il suo è un cinema da camera tanto rigoroso ed implacabile nel mettere a nudo il malessere di coppia, le inquietudini spirituali e il cruccio esistenziale, quanto raffinato esteticamente. Film come Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, Il volto, la trilogia del “silenzio di Dio” (Come in uno specchio, Luci d’inverno e Il silenzio), Sussurri e grida e Fanny & Alexander sono tutte tappe di un costante interrogarsi che non approda mai ad alcune confortante certezza, ma che semmai semina dubbi. Persona sintetizza alla perfezione la visione bergmaniana. Tramite il racconto del rapporto tra Elizabeth, attrice tragica che perde la parola mentre interpreta Elettra, e la sua infermiera personale, la giovane ed ingenua Alma, il cineasta svedese esplora il tema pirandelliano-junghiano della maschera, ritorna sulla questione del “silenzio di Dio” e, al tempo stesso, forgia un’opera di lampante valore estetico. Tre livelli di significati, dunque, che non si escludono a vicenda ma si compenetrano, dando vita ad un testo filmico sempre aperto all’indagine, alla riflessione.

 

«Credi che non ti capisca? Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te e vigile». L’analisi che una dottoressa fa delle cause del mutismo di Elizabeth è implacabile. Il rifiuto ostinato della donna di parlare (perché di questo si tratta, di un rifiuto, dal momento che ogni causa patologica è stata esclusa) va attribuito al desiderio di questa di liberarsi della maschera ("dramatis persona") che indossa: se ogni parola è menzogna, meglio tacere. La consapevolezza della distanza tra il modo in cui ella vede se stessa ed il modo in cui la vedono gli altri, tuttavia, provoca in Elizabeth «un senso di verigine, un timore di essere scoperta, di vederti messa a nudo, smascherata, riportata ai tuoi giusti limiti». La soluzione non è il suicidio (bollato dalla stessa dottoressa come «poco dignitoso»), semmai continuare a recitare fino in fondo la propria parte, sino a quando, cioè, essa non perda d’interesse. 

 

Elizabeth, col suo mutismo, “vampirizza” Alma (del resto, “alma” in latino sta per “nutrice”), ne plagia la personalità con tale forza da “sovrapporsi” ad essa (la memorabile scena della con-fusione dei volti delle due donne). Ma cos’è questo se non il racconto del rapporto che Bergman stesso instaura con i suoi attori? La linea di demarcazione tra messa in scena e realtà per certi versi non è mai stata tanto sottile. Nel film c’è una scena in cui due donne raccolgono funghi: si tratta di Alma ed Elizabeth, ma anche di Bibi (Andersson) e Liv (Ullman), riprese a loro insaputa durante un momento di svago sul set. L’arte ingloba la vita, se ne “nutre”, ma senza l’ambizione di simularla: la successione di spezzoni che apre, inframmezza e chiude l’opera e che mostra, tra le altre cose, i carboni dell'arco voltaico di un proiettore e una pellicola che scorre, testimonia dell’intenzione di Bergman di ammonire lo spettatore circa la natura non-veristica dello spettacolo che gli si para dinanzi. “Questo è un film”, sembrano suggerire quelle immagini, secondo una tecnica in fondo non dissimile dallo straniamento brechtiano. 

 

Ma Persona è anche leggibile sotto la lente dell’ossessione religiosa bergmaniana. Il terzo ed ultimo capitolo del ciclo dedicato al “silenzio di Dio” (Il silenzio, per l’appunto) si concludeva su una parola, “anima”, contenuta in una lettera che la protagonista, Ester, aveva consegnato al nipote Johan prima di essere abbandonata. “Anima” è in effetti anche il significato che la parola “alma” assume in lingua volgare. Ecco dunque che il rapporto tra le due protagoniste può essere interpretato in chiave religiosa. Elizabeth rappresenta la divinità arroccata in un impenetrabile mutismo; Alma, invece, è il simbolo di un’umanità che quel Dio lo venera e s’ostina ad interrogarlo. Ma se in una prima fase il silenzio è scambiato per benevolenza, lentamente comincia a farsi largo l’impressione che tale rifiuto di comunicare nasconda disprezzo. All’adorazione si sostituisce l’odio per quel Dio insensibile anche agli orrori della storia (le immagini dei bonzi che si danno fuoco e i bambini nel ghetto di Varsavia): ed è solo quando Egli è costretto a negarsi (Elizabeth pronuncia una sola parola: «nulla») che l’uomo riacquista la sua indipendenza. Che l’angoscia si plachi non è però detto: gli rimarrà sempre il ricordo dello stato di grazia in cui ha vissuto, ma non potrà mai essere certo di essere stato amato veramente dal Dio che venerava. Alma riesce a non farsi “assorbire” da Elizabeth, ma l’esperienza l’ha evidentemente segnata. In che modo, però, non lo sappiamo: anche questa volta, insomma, Bergman non tira conclusioni (o ne tira più d'una), lasciando allo spettatore la libertà di scegliere. 

 

Esempio di Kammerspielfilm enigmatico, seducente e rarefatto, “illuminato” dal bianco e nero di Sven Nykvist, Persona traccia i contorni di una crisi personale che è specchio di una crisi più ampia: quando Dio non ci parla, il mondo precipita nell’orrore della sopraffazione, del massacro di massa. L’angoscia tratteggiata sui volti di Liv Ullman e Bibi Andersson, volti che Bergman rende in tutta la loro sfingetica complessità con la bravura di un consumato ritrattista, è l’anticamera di quell’inferno che si scatena in Terra sotto forma di guerre, deportazioni, tirannie. 

 

Capolavoro d’introspezione ed ansia metafisica, Persona rappresenta uno dei vertici assoluti della produzione bergmaniana, opera d’impressionante valore poetico e concettuale che segna una tappa fondamentale nella storia del cinema.

 

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Paese:

Svezia, 1966

 

Genere:

Drammatico

 

Interpreti:

Bibi AnderssonLiv UllmannMargaretha KrookGunnar BjörnstrandJörgen Lindström

 

Produzione:

Svensk Filmindustri

 

Distribuzione:

Indief, San Paolo Audiovisivi

 

Durata:

85 min.

 

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